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Servire, ma non in silenzio. “Dell ordine” o “armate”, le “forze” si tingono di arcobaleno

Michela Pascali, la poliziotta 45enne lesbica neo eletta alla segreteria nazionale del Silp-Cgil – una delle formazioni sindacali più rappresentative della Polizia di Stato – ha detto a Repubblica.it: “Mi auguro che la mia elezione sproni molti colleghi a fare coming out e a consentire a tutti quelli che vivono un disagio di uscire fuori senza vergognarsi di quello che sono”. Secondo la poliziotta dichiarare la propria omosessualità tra le forze dell’ordine “è ancora difficile perché l’ambiente non lo favorisce”. È la prima volta che un agente dichiaratamente gay conquista questo ruolo e in merito la donna ha affermato: “Mi hanno voluto nella segreteria nazionale non certo perché sono omosessuale. È ovvio che le tematiche Lgbt faranno parte della mia attività, ma non mi occuperò solo di quello perché ciò vorrebbe dire svilire il mio ruolo e quello del sindacato”. Poiché nell’ambiente dell’Arma è ancora forte la cultura machista il successo di Michela Pascali è da considerarsi doppio, se non addirittura quadruplo! Da 10 anni Michela Pascali vive insieme alla sua compagna e ai suoi due figli avuti da una relazione con il suo ex marito. La donna, nonostante i tanti impegni lavorativi e famigliari, continua a mantenere florido il suo impegno come attivista Lgbt.

Omofobia dentro e fuori la caserma. I fatti di cronaca, purtroppo regolarmente, testimoniano che cosa succede nella vita di tutti i giorni agli appartenenti della comunità Lgbt: ragazzi picchiati; lesbiche derise; trans etichettati; violenze di ogni genere e di specie anche su minori; storie di bullismo e di brutalità che sfociano molto spesso nel maltrattamento verbale e fisico; suicidi… sono all’ordine del giorno.  Ciò capita sia fuori sia dentro le caserme, già perché come testimoniano l’ex e l’attuale presidente di Polis Aperta, Simonetta Moro e Gabriele Guglielmo, l’omofobia in caserma si manifesta “in molti e diversi modi. non dobbiamo dimenticarci che i militari sono prima di tutto uomini o donne e così come accade tra i civili, non esiste un’unica linea di pensiero. Dipende quindi da chi ti sta intorno. Ad esempio il silenzio e l’isolamento di alcuni colleghi unito al parlare alle spalle, la dicono lunga sul loro punto di vista. Nei casi che ho affrontato – spiega Simonetta Moro – c’è chi è anche arrivato alla costruzione di false prove per incastrare il collega gay e farlo trasferire, o addirittura a ricattarlo, una volta scoperta la sua omosessualità. Può anche succedere che un gay in divisa non dichiarato possa assistere, senza avere il coraggio d’intervenire, a episodi in cui i colleghi fanno battute o trattano senza rispetto cittadini Lgbt. Fortunatamente, però, esistono anche realtà diverse. Il problema – conclude la donna – è sempre l’ignoranza alimentata dalle immagini stereotipate del gay o della lesbica che sfortunatamente fanno ancora parte dell’immaginario collettivo e che contribuiscono al pregiudizio. Mostrarsi, quindi, ai colleghi per quello che si è, è un modo per abbattere i preconcetti”.
Anche Gabriele Guglielmo è dello stesso parere: “Suggerisco ai colleghi non dichiarati di venire allo scoperto per due contraddistinte ragioni; in primo luogo perché in base alla nostra esperienza abbiamo rilevato che i colleghi dichiarati hanno meno problemi sul posto di lavoro, poi perché il coming out ci rende testimoni del cambiamento e può essere d’aiuto a tutte quelle persone che per motivi caratteriali o personali fanno fatica a mostrarsi per quello che sono. Nel nostro lavoro la fiducia reciproca è fondamentale e aprirsi a chi presta servizio con noi è un modo per allacciare un rapporto di stima e sincerità reciproca”.

La posizione del Ministero dell’interno. Dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale fa ancora paura agli uomini e alle donne in uniforme, ciò anche perché da parte delle istituzioni si registra un atteggiamento non prettamente inclusivo. Nei mesi trascorsi Polis Aperta ha proposto la campagna social: “se non mi nascondo lavoro meglio #identitàindisa”, volta a non nascondere la propria identità sessuale sul luogo di lavoro. Ovviamente, tutti sappiamo che qualsiasi campagna di promozione necessita l’utilizzo d’immagini, foto che in questo caso richiedevano l’autorizzazione dal Ministero dell’Interno guidato dall’attuale ministro Matteo Salvini. Nonostante le foto in questione non fossero in alcun modo lesive all’immagine della Polizia di Stato, la concessione è stata negata e cosa ancor più grave senza alcuna spiegazione. Andiamo bene! Sembra esser tornati indietro di quasi 100 anni (92 per l’esattezza) quando in Italia fu proposto il primo articolo di legge antiomosessuale presente nel progetto Rocco del 1927. L’articolo in questione, il nr. 528, prevedeva la punizione con il carcere, da 1 a 3 anni, di qualsiasi persona che fosse stata giudicata omosessuale. La Commissione, ad unanimità, sospese la proposta in quanto deliberò che “non c’è bisogno dell’articolo perché non abbiamo omosessuali”. Il regime fascista decise di eliminare tale articolo dalla versione finale del codice, non certo per motivazioni liberali, ma perché prevedere il reato di omosessualità, significava ammettere l’esistenza degli omosessuali in Italia.
Oggi la storia si ripete: per quale motivo è stata negata  la richiesta? Semplice, non permettere la divulgazione delle foto che ritraggono agenti assoldati nelle Forze dell’Ordine significa non riconoscere che ci sono uomini e donne della comunità Lgbt impegnati in questa categoria! Assurdo! In pratica in Italia per qualcuno non ci sono gay nel calcio, non esistono le famiglie arcobaleno, non ci sono militanti Lgbt in nessun corpo dell’arma o… in pratica gay, lesbiche transessuali… sono un’invenzione!
Per chiudere la parentesi storica sopra citata, come tutti sappiamo, in quegli anni, la repressione dell’omosessualità fu delegata all’azione della polizia che, dopo aver sottoposto il caso alla Commissione Provinciale, provvedeva alla diffida o all’ammonizione e al diffido.

L’impegno con e di Polis Aperta. Michela Pascali è, anche, vicepresidente di Polis Aperta: l’associazione, fondata nel 2005 e facente parte della rete europea Egpa (European Glbt Police), che riunisce le persone Lgbt arruolate alle forze dell’ordine. Sul profilo Facebook di Polis Aperta si legge: “(…)La nomina della collega Michela Pascali, giunge,  in un momento difficile per il Paese, dove non solo le istanze del popolo Lgbt vengono messe da parte, ma lungo tutto lo Stivale si moltiplicano in modo preoccupante attacchi verbali e aggressioni fisiche contro tutti quelli che osano valorizzare la diversità, discostandosi dallo stereotipo tutto italiano del “buon padre di famiglia”.
Un momento dove media e classe dirigente paiono più impegnati a erigere muri e cercare fantomatici colpevoli a cui addossare la responsabilità del disagio sociale, piuttosto che mettere a punto solidi strumenti legislativi attraverso cui magistratura e forze di polizia possano perseguire chi commette un reato. Per tale motivo Polis Aperta non si stancherà mai evidenziare l’impellente urgenza di una legge contro I’omofobia che riconosca i crimini d’odio per quello che sono: vili attacchi alla base della convivenza civile di un Paese rinato dalle macerie della Seconda guerra mondiale solo grazie alla democrazia e al riconoscimento delle pluralità.
In questo contesto il nuovo incarico di Michela Pascali, ha la rilevanza di un atto in controtendenza. Un segnale di resistenza mandato dal Silp Cgil, ad oggi primo sindacato di polizia in Italia a riconoscere l’esistenza di uomini e donne lgbt in divisa. Una scelta che lo allinea, finalmente, ai maggiori sindacati di polizia europei”.

Il sì dell’arma. Nel settembre dello scorso anno si è celebrato il primo matrimonio fra un carabiniere ed un civile. Cornice del lieto evento un piccolo e ridente paese del Vallo di Diano, San Rufo, dove Paolo e Nunzio si sono integrati benissimo. Il sindaco ha subito acconsentito. “Il loro amore è meraviglioso e a San Rufo sono voluti bene da tutti” – questo il commento del primo cittadino. Il militare lavora nella compagnia di Castellammare di Stabia e per il fatidico “sì” ha indossato l’uniforme da carabiniere. Un modo per suggellare i suoi due amori, quello per il compagno e quello verso l’Arma.
A fine del 2016, invece, a Roma il poliziotto Raffaele Brusco è stato il primo uomo in divisa italiano a sposare il suo compagno, Antonio Sapienza. Per sposarsi Raffaele ha dovuto chiedere l’autorizzazione dei vertici della polizia.

Diteci la vostra. Lo sapevate che lo scorso giugno la questura aveva negato a Michela Pascali la facoltà di presenziare in divisa alla riunione parigina dell’European Glbt Police Association? Secondo voi è corretto che l’uso dell’uniforme, secondo le norme di servizio, possa essere utilizzata solo in operatività e in altri casi solo quando l’Amministrazione ne dà preventivo consenso? E che cosa dite in merito alla posizione presa dal Ministro degli Interni di non autorizzare la pubblicazione di foto che ritraggono uomini e donne in divisa appartenenti alla comunità Lgbt?
Diteci la vostra su www.vivaboy.com scoprite che cosa hanno detto in merito e come la pensano gli altri lettori del magazine e la redazione della rivista.

Servire, ma non in silenzio.

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