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Coming out: la parola ai genitori… e alle loro lettere

L’omosessualità è un termine che fa ancora “paura”, ma per aver realmente “fifa” di qualcosa bisogna conoscere in prima persona ciò che ci provoca timore, altrimenti si rischia di rimanere intrappolati in preoccupazioni legate al pregiudizio scaturito da terzi o da una conoscenza distorta di qualcosa.
Lo sanno bene le persone omosessuali, ma altrettanto bene lo sanno i genitori che decidono di non chiudere in faccia la porta al proprio figlio che fa coming out. Sono genitori che sulla loro pelle provano, o hanno provato, lo  smarrimento, la paura, il dolore… lo stesso smarrimento, la medesima paura, l’identico dolore che i loro figli hanno provato quando hanno compreso, e successivamente preso coscienza, del loro essere. Negli omosessuali il senso opprimente di malessere cessa, o si affievolisce, quando il soggetto si rende conto che in lui non c’è nulla di sbagliato, ma il percorso non è mai in discesa. Stessa cosa vale per i genitori: per alcuni ci vuole più tempo di altri e per altri il tempo non è mai abbastanza. In queste pagine abbiamo raccolto le lettere e le testimonianze di alcuni papà e di alcune mamme che, in modo completamente diverso, hanno affrontato la questione.
C’è chi non ha nascosto il suo smarrimento, chi ha affrontato la cosa in modo ironico, chi ha chiesto aiuto alla Fede… insomma ognuno, a modo suo e secondo il suo trascorso, ha “preso per le corna il toro”. Ciò che speriamo faccia riflettere i genitori e le persone ancora titubanti sull’argomento è la condivisione; attenzione con questo termine non ci riferiamo all’aspetto mediatico/ social, ma alla condivisione del tempo trascorso con i propri figli prima dopo e durante la confessione.
Tempo che è servito, o servirà non per conoscere il proprio figlio, ma per rendersi conto che in lui non è cambiato proprio niente e che è sempre lo stesso… lo stesso di sempre! Tempo per proteggerli da una società ancora ostile, che non si concede il lusso di conoscere i suoi ragazzi.

Premessa. I genitori di Nate hanno ascoltato, casualmente, la telefonata del figlio. Dall’altra parte della cornetta Nate si stava confidando con il proprio compagno sull’intenzione di fare coming out e su quanto questa scelta lo spaventasse. Per stargli vicino e sostenerlo, il padre ha deciso di scrivergli una lettera.
“Ieri ho sentito la tua conversazione telefonica con Mike, a proposito dei tuoi piani di fare coming out con me. L’unica cosa che vorrei che tu pianificassi è di comprare del succo d’arancia e del pane, domani dopo la scuola. Anche noi siamo venuti allo scoperto. So che sei gay da quando avevi sei anni. Ti amo da quando sei nato”.
P.S. Io e tua madre crediamo che tu e Mike siate una bellissima coppia!!!!!”
Papà

Premessa. Durante un collegamento alla trasmissione  televisiva “Mattino Cinque” Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia, schieramento politico da sempre in prima linea contro la comunità lgbt, si è commossa parlando della figlia Ginevra dichiarando che, a causa del suo impegno politico, non può vedere la sua primogenita spesso come vorrebbe. In merito la donna ha affermato: “La politica non è soltanto un privilegio, ma anche un sacrificio”. A seguito di questa dichiarazione una mamma ha risposto alla signora Meloni sui social così: “Giorgia cara, sai, anch’io mi commuovo pensando a mio figlio che, a causa di persone come te, non può vedere ancora riconosciuti entrambi i suoi genitori. Mi commuovo all’idea che se mi succedesse qualcosa, la sua vita sarebbe in balia di giudici e tribunali e non tra le braccia rassicuranti della sua mamma bionda. Mi commuovo per ogni stramaledetta delega sono costretta a firmare perché l’altra mamma possa fare con suo figlio quello che ogni altro genitore ha semplicemente il diritto di fare. Comunque stai tranquilla, a tua figlia sarà facile spiegare perché la mamma è stata meno presente a causa del lavoro. Sono io che avrò invece un po’ di difficoltà a spiegare al mio perché delle persone – spesso e volentieri a loro volta genitori- si ostinino a non voler riconoscere la nostra famiglia. Eh già, non sarà per niente facile…”.
Premessa. Guilherme e Deberth, una coppia brasiliana, pubblicano su Facebook una lettera aperta al figlio, di neanche un anno, appena adottato. Lo scritto ha lo scopo di mettere in guardia l’erede su quanto la loro famiglia sarà criticata in futuro perché composta da due genitori omosessuali.
“Quando ho saputo che vivevi tra orfanotrofi e ospedali, da solo, senza famiglia, così piccolo, già con 11 ricoveri per polmonite e varie allergie, ho sentito un misto di chiamata e paura. Da un lato, qualcosa mi diceva di essere il tuo eroe e salvarti dall’altra, la paura della più grande responsabilità della mia vita. Sei stata la nostra scelta migliore. Ma sei tu che ci scegli ogni notte quando dormi solo se tieni la nostra mano. Dobbiamo proteggerti, perché un giorno vedrai che il mondo non è un bel posto. Forse conoscerai più persone che ti giudicheranno con il dito alzato di quelle disposte a stendere il braccio per aiutarti, […] le persone spesso antepongono le loro convinzioni a qualsiasi principio, perché sono limitate. Devi perdonarle, ma non sentirti in difetto. Soprattutto, però, rispettati sempre per come sei, perché, in effetti, la violenza peggiore è quella che commettiamo contro noi stessi. Faccio questa dichiarazione pubblica affinché tu capisca che dire la verità a voce alta ci fa liberi e che essere noi stessi è il miglior atto di coraggio che possiamo fare. Mi sono scordato di questo principio per un certo lasso di tempo, però tu, William, mi hai riscattato, mi hai salvato in tutti i sensi possibili. Non dimenticare mai che la famiglia, di sangue o per scelta, è quella che ti ama incondizionatamente, che ti sopporta, è chi ti capisce e accoglie, è chi ci sarà quando il pavimento manca. Non permettere mai che la meschinità umana che condanna ti dica come si deve essere. Noi ti ameremo sempre per quello che sei, e se il mondo insiste a farti male il nostro abbraccio sarà sempre un posto sicuro dove non ti sentirai mai più solo. […] Costruisci un mondo in cui valgano soprattutto l’amore e il carattere, e in cui le differenze non separano le persone”.

Premessa. Vittorio, dopo aver lasciato ai genitori una lettera dove affermava di essere gay, è fuggito di casa per timore di non essere accettato. Il padre del ragazzo, un napoletano dallo spiccato umorismo, risponde al figlio scrivendogli queste righe. “Caro Vittorio, mi dispiace ma allora si strunz… (in modo affettivo). Io e tua mamma avevamo già intuito i tuoi gusti sessuali da bambino… quando non t’interessava giocare con i compagni ai famosi soldatini, ma collezionavi migliaia di riviste per adolescenti. Perdonami, forse avrei dovuto dirtelo prima, in modo da evitarti questo inutile imbarazzo, ma ho sempre ritenuto che siano “cazzi tuoi (scusa la battuta, però è simpatica ja’, ejaa’). Visto che siamo napoletani, e per fortuna che siamo napoletani, la nostra storia ci ha sempre insegnato che solo aprendo la mente e non creando muri c’è la possibilità di salvarsi, di sopravvivere. Mi sei sempre mancato dal primo giorno, sei mio figlio e castano, biondo, gay per me non fa differenza. È  solo un gusto, a me ad esempio piacciono le cozze, a te forse piaceranno i cannolicchi (scusa ja’ è n’altra battuta, uammamia non si può pazziare quà, e che è). Grazie a Dio siamo napoletani. Da genitore devo farti un rimprovero: non azzardarti mai, e poi mai di ritenermi così stupido. La tua stanza è pronta, vieni quando vuoi, non vedo l’ora. Ricordati: i genitori la porta di casa non la chiudono mai, la lasciano sempre un pochino aperta per fare in modo che il figlio possa “infizzarsi” da un momento all’altro”.
P.S. Nella mia famiglia non esiste, e non dovrà esistere mai nessun tipo di razzismo, mai, tranne per juventini: a casa mia non li voglio, chiaro? Puoi anche fidanzarti con un cammello e portarmelo a casa, basta che non sia Juventino.
Ti amo, Papà

Premessa. Una mamma, il giorno del Family Day, scrive al fidanzato del figlio e invia la lettera al diretto interessato e alla casella di posta di Arcigay.
“Caro Marco, è un po’ che voglio scriverti, oggi è il Family Day e mi sembra il giorno giusto per farlo. Quando nacque il mio bambino, già nel mio grembo sognavo per lui una vita felice, immaginavo per lui un amore grande, accogliente, comprensivo e vero, una bella famiglia. Immaginavo che un giorno avrei conosciuto la sua ragazza e che saremmo divenute buone amiche, anche se si sa, con la suocera non è mai facile. M’interrogavo quindi: chissà come sarebbe andata. Nel tempo mi accorsi però delle chiusure di mio figlio sull’argomento, capivo che soffriva e che a me nelle sue sofferenze, non era più dato di entrare. Era sempre più cupo e più solo, più triste e più fragile. Passarono molti, troppi anni, fatti d’incomprensioni e solitudine. Solo molti anni dopo, scoprii che era la sua maschera a pesare sulle sue spalle e sul suo volto, quella maschera che aveva deciso di indossare per fare felici me e suo padre e forse, almeno per un po’, per me, fu meglio così. Accettai quella menzogna perché non ero pronta. Egoisticamente sapevo, ero sua madre, ma non mi sentivo pronta. Un giorno come una doccia gelata si palesò l’ovvio. Mio figlio era gay. Il mio mondo crollò. Tirai su un muro fatto di dolore, arroganza e incomunicabilità. Io che gli avevo insegnato l’amore e l’importanza della libertà di essere, io proprio io, lo stavo cacciando e lo stavo giudicando. Il senso di colpa dietro le mie ormai maschere, mi attanagliava e non mi faceva più dormire. Fu un periodo triste e buio, dovetti capire perché il mio cuore si fosse chiuso e perché una scelta d’amore potesse farmi così tanta paura. Scoprii che anche una madre può sbagliare, anche una madre può essere debole e fragile, scoprii che mi serviva tempo. Avevo per troppo tempo chiuso gli occhi e finto che ciò che percepivo non esistesse, solo perché lontano da un radicato preconcetto, da un’idea obsoleta legata a precetti inutili, che una chiesa sbagliata e non il buon Dio suggerisce agli uomini. Eppure era tutto così difficile per me. Così impossibile. Non volevo che fosse così, non poteva essere così. Poi sei arrivato tu, Marco, non eri una ragazza ma un ragazzo, il mio cuore di mamma diceva che però eri quello giusto e lontano, distante dalla testa, tutto sembrava infinitamente semplice. Il mio cuore di madre ritrovò di nuovo pace. Compresi che non era ciò che da molti viene considerata diversità a spaventarmi, ma la paura di ciò che il mondo considera diverso. Paura che quella stessa paura, potesse spingere il mondo a ferire il mio bambino. Oggi è un giorno importante, Marco, oggi voglio dedicare a te e a mio figlio, alla vostra e alla nostra famiglia, queste mie parole e voglio soprattutto dedicarle a tutti i ragazzi che lottano per vedere affermati i propri diritti e a tutti i genitori, che ancora non vogliono vedere: ‘vi prego aprite il cuore e correte ad abbracciare i vostri figli, non esitate più. Mio figlio aveva sua sorella al suo fianco sempre, davanti e dietro di lui, a seguire i suoi passi e a dargli forza quando io non ho voluto esserci, quando ancora non riuscivo e non potevo. Penso però a tutti quei ragazzi la quale famiglia volta le spalle senza poi ascoltare il cuore, per troppo tempo, ecco a tutti i ragazzi che senza familiari tentano di farsi forza da soli, per non sentirsi sopraffatti dalle ingiustizie e dalla cecità di quei pochi rimasti a odiare, convinti ancora che l’odio possa essere opinione. Mi verrebbe voglia di dire loro: ragazzi, vi prego siate forti, forti della vostra personalità e della vostra individualità, siete perfetti ed unici, siatene certi. Non esiste perfezione lontano da ciò che si è e non esiste genitore che non sbagli e che un giorno non possa rivedere la sua posizione. Avete sulle spalle però il duro compito di aprire gli occhi a chi ignora e giudica’. Nonostante tu non fossi nei miei piani, Marco, sei la cosa più bella che è capitata e potesse capitare a mio figlio ed anche a tutta la nostra famiglia. Sei buono e accogliente, generoso e paziente, anche con noi tutti e con i nostri nipoti, sei uno zio unico e speciale. Siate felici, siate sereni, e siate forti sempre, forti dell’amore che vi unisce e ci unisce. Un tempo non avrei nemmeno potuto immaginare tutto questo per mio figlio e forse neanche per me, perché non si vede bene che col cuore, ed io allora, non vedevo. Siete la nostra gioia e la speranza di chi ancora oggi vive nel buio e nella finzione, siete il nostro orgoglio e dico nostro, perché so di potere parlare anche a nome di mio marito. Vi amiamo e vi sosteniamo ovunque il vostro cuore vi porti. Grazie di questo viaggio meraviglioso insieme e non parlo del viaggio dal quale siamo appena tornati, fatto in vostra compagnia”.
Tua suocera sempre complice

Premessa. Al Forum italiano delle associazioni familiari il Papa disse: “La famiglia, immagine di Dio, è una sola, quella che unisce un uomo ed una donna”. Dopo questa dichiarazione la mamma di un ragazzo gay decise di scrivere una lettera aperta a Papa Francesco indirizzandola al quotidiano Repubblica.
“Caro Papa Francesco, ti scrivo dopo aver ascoltato le tue parole al Forum italiano delle associazioni familiari: La famiglia, immagine di Dio, è una sola, quella che unisce un uomo ed una donna”. Sono mamma di un ragazzo gay. Io e mio marito ci siamo sposati 39 anni fa e abbiamo vissuto insieme con i nostri due figli, Marco ed Emanuele, quella bella avventura, come la chiami tu, che è la famiglia. Un’avventura dove si cresce insieme anche attraverso le difficoltà. Due anni fa il coming out, inaspettato, di Emanuele. Potevamo seguitare a vivere tranquillamente la nostra vita sentendoci “a posto”, con i nostri molteplici impegni: in realtà di base, nel volontariato con i migranti, nello studio della Bibbia … e invece no. Il coming out di un figlio ti rimette in gioco, cambia tutto, ed è contagioso: anche noi genitori abbiamo fatto il nostro coming out, rompendo quella sfera d’ipocrisia che vorrebbe che “di quella parte” di tuo figlio non si parlasse. Era il 7 maggio del 2016, quel giorno Emanuele l’ho partorito una seconda volta. Sono qui a scriverti perché le parole che hai pronunciato hanno aperto in me una ferita. E al dolore bisogna dare parola perché non diventi rabbia e rancore. Se l’amore tra me e mio marito è immagine di Dio, come pensi che possiamo rassegnarci al pensiero che l’amore di Emanuele per un ragazzo nulla possa esprimere di quell’immagine di Dio? No, il nostro amore non potrà mai esprimere l’immagine di un Dio, che sia estraneo e distante dall’amore tra Emanuele ed un suo compagno. Se il loro amore non è immagine di Dio, neanche il nostro lo sarà. Perché noi quel Dio non lo conosciamo. Ne conosciamo un altro, quello di cui parlava Gesù. Un Dio di parte, che sceglie di condividere il cammino di un popolo di schiavi, che si fa complice dei piccoli, che si schiera con coloro che sono emarginati dai poteri politici e religiosi di tutti i tempi, un Dio che irradia amore, contro ogni ragionevole economia, capace di spogliarsi della sua onnipotenza per tornare dalle sue creature come un mendicante di amore, a chiedere una libera risposta di amore. Semmai ci sarà dato di riuscire ad esprimere un pezzetto di quell’immagine del Dio di Gesù nelle nostre vite di singoli e di coppie, attraverso i nostri amori, tutti imperfetti, “a norma” o ”fuori norma” che siano, dovremo farlo in punta di piedi, senza rumore, senza sbandierarla quell’immagine, perché l’immagine di Dio non appartiene a noi né a nessun altro. Non si lascia intrappolare, sfugge ai tentativi degli uomini di possederla e usarla, piegandola ai propri scopi. Scappa dai palazzi dei potenti per farsi trovare dall’ultimo tra gli esseri umani, il più indegno, il più dimenticato, il più emarginato e solo, perché in quell’immagine possa riconoscersi e, riscoprendo quel pizzico di divino che gli è stato soffiato dentro, possa osare esprimerla nella sua vita. Caro Papa Francesco, viviamo in Italia una fase storica e politica molto difficile, che preoccupa i genitori di ragazzi e ragazze lgbt. In tante occasioni tu hai saputo dire parole di speranza. Non ci lasciare soli con le nostre paure”.
Dea Santonico

Premessa. Amareggiato dal comportamento della propria figlia, un nonno difende a spada tratta il nipote gay. “Cara Christine, sono molto deluso da te come figlia. Hai ragione, c’è un “disonore in famiglia”, ma non hai capito quale. Buttare Chad fuori di casa semplicemente perché ti ha detto che è gay è il vero “abominio”. Un genitore che disconosce il proprio figlio, ecco cos’è “contro natura”. L’unica cosa intelligente che ti ho sentito dire in tutta questa faccenda è “non ho allevato mio figlio perché fosse gay”. Certo che no. È nato così e non lo ha scelto, non più di quanto si possa scegliere di essere mancini.
Tu, invece, hai scelto. Hai scelto di fare del male, di essere chiusa di mente e retrograda. Perciò, visto che stiamo giocando a disconoscere i figli, colgo l’occasione per dirti addio. Ora ho un favoloso (come dicono i gay) nipote da crescere, e non ho tempo per una figlia stronza. Quando ritroverai il tuo cuore, facci un fischio”.
Papà

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